"Voglio impegnarmi per la città in cui ho vissuto, per Castellammare di Stabia. Non ambisco e non voglio candidarmi a nulla. Non voglio fare il Sindaco o avere un ruolo nell' amministrazione cittadina", lo dice Nicola Russo. Il magistrato stabiese, consigliere della corte d'appello di Napoli, è stato tra l'altro componente del comitato scientifico del Csm, del direttivo della scuola superiore di magistratura.
"Lo dico subito così evito speculazioni inutili. Nella vita ho scelto di fare il magistrato e questo è il mio ruolo nella società. Essere imparziale non vuol dire però stare a guardare e lasciare che tutto accada. Non è possibile consegnare alle successive generazioni una città senza ambizioni e senza speranze. Castellammare di Stabia non può essere un luogo da cui fuggire", spiega Russo in un lungo commento sul suo profilo social a qualche giorno dalla decisione del consiglio dei ministri, su proposta del Viminale, di sciogliere per infiltrazioni camorristiche il consiglio comunale guidato dall'ex sindaco Luigi Vicinanza.
Per l'analisi di Russo: "La camorra c'è e da sempre e ha nomi e cognomi noti, tanto spesso anche da me pubblicamente pronunciati. Questo non è bastato perché il problema della città non è dato solo dal fatto che c'è la camorra ma ancora di più esso deriva da un' altra più preoccupante ed endemica causa: c'è un' altra parte della cittadinanza che a quella camorra dà accoglienza, che ci dialoga, che ci costruisce progetti e affari o che quotidianamente ne replica nei propri comportamenti le modalità. C'è chi, gestendo pacchetti elettorali, da sempre favorisce questa commistione, senza badare troppo al colore delle maggioranze od alle ideologie. Questo determina ogni volta la caduta o le difficoltà del sindaco di turno, onesto o poco onesto che sia, capace o incapace che sia".
Perciò conclude il magistrato: "Allora questi 18 mesi di commissariamento non possono essere una pausa, un'attesa. Devono servire a guardare dentro la macchina amministrativa in maniera decisa ma anche a costruire un progetto di città. Ora. Non in campagna elettorale. Prescindendo dal leader (perché non potrà passare dall' autorevolezza di una sola persona il riscatto di una città intera). Occorre tornare a fare in città politica come ai vecchi tempi, con assemblee e riunioni diffuse. Occorre dare "un mandato popolare" alla stessa opera dei commissari, responsabilizzandoli verso le questioni irrisolte di questa città senza regole. Occorre fare venire fuori "la Terza parte" della città. Quella che non è camorra e che non vuole accoglierla né farci affari. Quella che vuole affidare ai propri figli un pezzo di storia migliore.
Chi sarà o debba essere il candidato non è un tema che ci deve affannare. Chi avrà meglio interpretato, alla fine del percorso, le idee e lo spirito di questo progetto, sarà il candidato naturale. Questa idea non tiene fuori i partiti politici. Al contrario, chiede ad essi di farsi interpreti di un metodo nuovo (o forse assai antico) di fare politica: il coinvolgimento della comunità. Costruire consapevolezza diffusa significa anche fornire strumenti per non cadere nella trappola dell'imbonitore di turno che assicuri, tra 18 mesi, di racchiudere in sé la formula magica della fenice.
Oggi occorre costruire una base pronta a sostenere il cambiamento. Si vince o si fallisce tutti insieme".