"Ti conviene pagare, altrimenti ti fai male". Minacce, pressioni e interessi che, secondo gli investigatori, arrivavano fino al 300 per cento. È il sistema di usura ed estorsioni ricostruito dai carabinieri a Castellammare di Stabia e che vede coinvolte tre donne: Raffaela Lambiase, Sandra Niola e Stella Genovese.
Per le prime due, madre e figlia, sono scattati gli arresti domiciliari. Per Genovese è stato disposto l'obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria. Al centro dell’organizzazione, secondo l’impianto investigativo, ci sarebbero state proprio madre e figlia, indicate come figure apicali del gruppo. Intorno a loro una rete di intermediari incaricati di mettere in contatto chi prestava il denaro con i debitori.
A tradire le donne è stato il contenuto di una cassaforte nella camera da letto della Lambiase, con quasi 10mila euro in contanti. Una scoperta che ha insospettito i militari e li ha spinti ad approfondire la perquisizione. Nelle altre stanze sono così spuntati registri, altre agende e fogli con nomi, cifre e annotazioni. Materiale che, secondo gli inquirenti, ha consentito di ricostruire in poco tempo l'attività.
Eppure i carabinieri erano entrati in quella casa per tutt’altro. Quando bussano alla porta di Lambiase, sulla base di una 'soffiata', cercano armi, munizioni o materiale esplosivo. Non ne trovano, ma la perquisizione prende una direzione inattesa. È proprio quel blitz a far emergere le tracce della presunta organizzazione dedita ai prestiti a strozzo.
Le annotazioni messe nero su bianco diventano così il punto di partenza dell’indagine. Gli investigatori ricostruiscono prestiti, restituzioni e interessi, fino alle pressioni esercitate nei confronti di chi non riusciva a pagare. Alle richieste di denaro, secondo l’accusa, si sarebbero accompagnate vessazioni e minacce, anche di morte.
Un meccanismo che non avrebbe risparmiato persone già in condizioni di gravi difficoltà economica e fragilità. Proprio sulla loro necessità di ottenere denaro si sarebbe innestato il sistema contestato alle indagate, con tassi ritenuti usurari che in alcuni casi sarebbero arrivati fino al 300 per cento.